lunedì 12 settembre 2016

L'UTERO IN SUBAFFITTO. Intervento di Claudio Risè


Pubblichiamo l'intervento di Claudio Risè "Femministe contrarie all'utero in affitto. Ma non si deve dire", pubblicato su Il Giornale.it il 22.8.2016.   Vai a:

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/femministe-contrarie-allutero-affitto-non-si-deve-dire-1298140.html

Claudio Risè, psicanalista e pubblicista, è autore di diversi libri tra cui: Sazi da morire. Malattie dell'abbondanza e necessità della fatica, San Paolo 2016



Nello stanco scenario della tarda modernità c'è un solo mercato in continuo sviluppo, che garantisca da subito utili a doppia e tripla cifra, anche con investimenti relativamente bassi. Per avviare l'attività basta infatti un sito internet per raccogliere gli ordini e un bi/trilocale dove consegnare la «merce». Si tratta del tile della maternità surrogata o sotto quello, più tecnico e misterioso, della gestazione per altri, GPA.

Per spianare la strada al mercato (un giro d'affari globale di 10 miliardi di dollari, in fortissima espansione) si è cercato di presentarlo come una conquista delle donne, appoggiata dal mondo femminista. Ma non è così. Si era già visto in Francia, dove la campagna contro l'utero in affitto è stata guidata con grande forza argomentativa dal Sylviane Agacinski, femminista e filosofa (anche moglie dell'ex primo ministro socialista Lionel Jospin), che ripete da anni: «La madre surrogata è la nuova schiava. Ma la sua schiavitù è mascherata dal progresso tecnologico». Donne (anche gruppi omosessuali) erano inoltre gran parte dei partecipanti (e leader) delle enormi Manif pour tous contro la legge della ministra Taubira, che legalizzava i matrimoni omosessuali e le nascite all'estero attraverso GPA.
L'avversione femminile all'utero in affitto, che potrebbe rendere più difficile la legalizzazione in Europa di questo nuovo e fiorente mercato, viene però nascosta nella politica e nei media (soprattutto a sinistra) dalla frettolosa promozione della maternità surrogata, lanciata con le parole chiave: progresso, realizzazione dei desideri, benessere delle donne.
Balle colossali, dicono ora anche in Italia due libri molto documentati sull'argomento. Quello, emozionato e assai caldo, della giornalista femminista Marina Terragni (autrice di Temporary Mother. Utero in affitto e mercato dei figli, Vanda epublishing) e quello più pacato della filosofa e esponente femminista Luisa Muraro (con L'anima del corpo. Contro l'utero in affitto, Editrice La Scuola), che ha bruciato la prima edizione in poche settimane. 
A indignare Terragni è, come lei dice con chiarezza, che nella GPA «si fa scomparire la madre per contratto in cambio di soldi, precostituendo quello che la creatura vivrà come un abbandono». A sparire sono poi addirittura entrambe le madri, quando gli ovuli impiantati nell'utero affittato vengono anch'essi comprati, da una donna diversa o da un maschio.
Cosa vuol dire poi «maternità surrogata», si chiedono sia Terragni che Muraro, e non per oziosa curiosità filologica. «Surrogato», risponde Terragni, vuole dire «al posto di». Si intende che «la gestante è solo una temporary mother in sostituzione della vera madre, che è la madre genetica (che ha fornito l'ovulo fecondato) o anche solo la madre intenzionale». L'eufemismo della maternità surrogata è dunque solo l'impossibile tentativo (puramente lessicale) di presentare «un ordine simbolico là dove si è creato un formidabile disordine». Muraro poi incalza: «Voi siete i surrogati»! Surrogati sono «quelli che sostituiscono la donna, madre della creatura». Quelli che «realizzano il loro desiderio, facendolo passare per esigenze che hanno creato loro stessi, separando la creatura da sua madre».
Nella realtà, sotto i diversi eufemismi, il grande rischio di questa separazione è di liquidare la maternità, sostituita dal mercato e dalle varie tecnologie riproduttive. E qui le femministe che sostengono il significato della differenza tra femminile e maschile, come appunto Terragni e Muraro, e le altre della Libreria delle donne di Milano e del gruppo Diotima di Verona (e altri) non ci stanno. Terragni protesta, da donna e femminista, contro l'attuale «sinistra trattativista e iperrealista, disponibile a sacrificare buona parte dei valori fondamentali» (e cita il rispetto della dignità umana, il rifiuto dello sfruttamento, l'opposizione alla deriva neoliberistica), «in cambio di sempre nuovi diritti». Le pagine sul dirittismo e le sue follie sono tra le più sferzanti e (pur nell'aspetto horror del quadro complessivo) anche divertenti, come quando cita il parere di una bioeticista, la quale sostiene un «diritto alla nascita» di un bambino neppure concepito, ma tuttavia programmabile con contratto di utero in affitto. Con vistosa contraddizione tra i diritti da riconoscere al bambino che non c'è, ma intanto negati all'embrione che già esiste.

venerdì 29 luglio 2016

MATERNITA' VIRTUALE. L'organizzazione tayloristica della produzione dei bambini. Di Luciana PIDDIU

Intorno all'attuale dibattito intorno alla maternità e all'utero in affitto pubblichiamo l'intervento di Luciana Piddiu dal titolo:  L’organizzazione tayloristica della produzione dei bambini.
Nelle recenti interviste a Niki Vendola esalano dal testo fiumi di miele dorato e gocce di zucchero caramellato. Tuttavia non sono sufficienti a nascondere un fatto nudo e crudo: il piccolo Tobia - venuto al mondo per il grande desiderio di due uomini che aspirano a essere genitori - nasce sotto il segno della privazione.
 Gli è stato negato il piacere straordinario di aspirare il profumo di un tenero corpo di donna, di sentire la morbidezza di un seno da cui trarre nutrimento e godimento. Questa privazione – prevista da un regolare contratto stipulato con la donna che ha messo a disposizione il proprio corpo- non sarà che la prima. Altre ne seguiranno. Quando arriverà, e prima o poi arriverà, il tempo della domanda sulle origini, basterà un collegamento via Skype con la venditrice di gameti o con la donna che ha ceduto in affitto temporaneo il suo utero, per soddisfare il bisogno di rispecchiamento che ogni figlio – al momento del distacco - opera nei confronti di chi gli ha dato la vita per crescere e divenire adulto?
        Questo bambino che comincia il suo percorso per divenire umano come parte disconnessa fin dallo stato embrionale, soffrirà o no di questo sradicamento di base voluto e programmato da chi ripete come un mantra di volergli bene? di volere il suo bene?
Per scelta altrui sarà fin da subito un nomade, separato una prima volta dalla madre genetica, una seconda da quella gestazionale, mentre tutti gli studi sullo sviluppo psichico sottolineano l’importanza della relazione con la madre e la centralità dell’allattamento al seno.
Poiché però i gameti portano - che ci piaccia o no - nella generazione del figlio traccia del profilo personale di colui/colei cui appartengono, e questa eredità genetica è parte fondante della nostra struttura personale, cosa si dirà un domani ai figli nati in laboratorio, attraverso un processo di frammentazione e disintegrazione della maternità, quando non potranno riconoscersi/rispecchiarsi nella coppia omo o etero che li ha così programmati?

   Gli si dirà che per il desiderio incoercibile e sacrosanto di chi lo ha voluto figlio di un alambicco, è stato adottato il principio della organizzazione tayloristica della produzione dei bambini che richiede la scomposizione in tre tappe differenti (ovulo-utero-genitorialità) senza alcuna connessione tra loro della fabbricazione del bambino come prodotto finito e pronto alla consegna!
La tanto vituperata organizzazione tayloristica del lavoro che aliena il soggetto della produzione dal frutto del suo lavoro e dal senso della propria attività qui, dove è in gioco il vivente, viene invece paradossalmente contrabbandata come cosa buona e giusta.
Certo, come ben sapevano gli antichi romani, la genitorialità è anche e soprattutto filiazione e quindi trasmissione simbolica, ma da qui a dire che il legame biologico non conta nulla, che va smitizzato - come Recalcati va affermando - ce ne corre! La sua affermazione (“la madre non ha genere sessuale”) è una pura affermazione ideologica per compiacere il mainstream della ‘usine à bébé’ globalizzata.
A quando il tripudio di gioia e le fanfare per i tentativi, condotti in gran segreto negli Usa (Harvard Medical school), di fabbricazione di genoma umano sintetico? Si nascerà orfani finalmente e finalmente liberi dal debito di gratitudine verso chi ci ha dato la vita!

E veniamo alla scienza che viene tirata in ballo come se fosse sua la responsabilità della rottura del codice di trasmissione della vita umana e della deriva mercantile dei processi di generazione degli esseri umani. Oggi intanto -grazie alla scienza - sappiamo quanto siano importanti le strutture genetiche nel contribuire a formare il profilo individuale di ciascuno e quindi è disonestà intellettuale negarlo.

     Ciò detto la scienza non è certo responsabile dell’attuale mercato globale della compravendita di viventi interi o a pezzi più di quanto non lo sia dello sganciamento dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki. Cosi come non si può certo imputare alla scienza la riduzione della donna a corpo – macchina produttrice di bambini a pagamento! Dire questo significa declinare e nascondere la propria responsabilità nelle scelte usando la scienza come comodo paravento.
In ogni caso oggi è arrivato il momento per dire con forza che se la scienza fa proprie le ragioni del mercato cannibale che riduce a merce gli esseri – rubricandoli come risorse da valorizzare - va operato uno stretto controllo da parte di tutti, e della politica in primis, verso le sperimentazioni capaci di alterare il codice stesso della vita, le prospettive biologiche e materiali dell’ambiente.
Questa disastrosa incapacità di fissare dei limiti, questa attitudine a giocare agli apprendisti stregoni in un crescendo di delirio di onnipotenza, questo provare a fare tutto ciò che è possibile fare con le nuove tecnologie, abbandonando qualsiasi principio di precauzione è francamente stupido oltreché foriero di futuri disastri...
Come acutamente aveva osservato Günther Anders, l’uomo moderno per effetto della tecnologia che tocca ogni sfera della vita, ha profondamente cambiato la percezione che ha di se stesso. “Vuole fare se stesso, non già perché non sopporta più nulla che egli stesso non abbia fatto; ma perché non vuole essere qualcosa di non fatto... Nella sua qualità di non fatto è inferiore a tutti i suoi prodotti fabbricati”. Il nascere da un processo “cieco e non calcolato” e antiquatissimo come quello della procreazione naturale è all’origine della sua vergogna prometeica! La vergogna che nasce dal constatare che i prodotti fabbricati sono superiori a lui perché eterni, in quanto riproducibili, sostituibili performanti, mentre lui è fragile, si ammala e non gode dell’immortalità. L’uomo moderno si sente inadeguato rispetto a loro, non riesce a tenere il passo perciò si vergogna.
Io penso da laica e non credente che sicuramente i bambini nati in laboratorio saranno amati e protetti – non è questo il punto - ma ridurre l’essere umano a
cosa, la donna a puro contenitore non può essere giustificato da nessun desiderio o bisogno o interesse comunque mascherato.
Condivido profondamente quanto scrisse a suo tempo Augusto Ponzio: ”Contro la prospettiva della valorizzazione del capitale umano, nel senso del valore di scambio e del profitto, occorre rivendicare al più presto e con forza il diritto all’infunzionalità. Il diritto alla vita fino a quando non lo si colleghi alla infunzionalità resta dentro una visione dell’essere umano come MEZZO (...) ridotto a capitale da valorizzare...”. E questo vale anche per il bambino a cui si da’ l’onere di soddisfare il desiderio degli adulti, costi quel che costi. 
(Viterbo, 1 Luglio 2016)

venerdì 17 giugno 2016

L'EUGENETICA: COSTRUZIONE CHIMICA DELLA PERSONA UMANA. Giuliano Ferrara

Ringraziando Giuliano Ferrara,
pubblichiamo il suo articolo uscito su "Il Foglio" del 17.6.16 con il titolo "Vendola, storia di un altro mondo".
Al di là degli aspetti contingenti, 
l'articolo propone molte riflessioni. 


Francesco Merlo è andato a Montréal, Canada, per la prima intervista a Nichi Vendola sulla sua recente paternità. Comprensione e apertura mentale campeggiano nel testo, racconto o “narrazione” che si voglia dire, trattandosi di Nichi.
C’è equilibrio. Anche la rabbia verso commenti italiani all’annuncio della “gestazione per altri” e del suo esito felice, “the baby is coming”, è stemperata, sa di genuino, di amaro, ma non è troppo censoria verso chi non capisce. Nichi si sente protetto. La casetta in Canada, l’appartamentino a Roma, la casetta a Terlizzi per coltivare la gioia delle radici, zie nonne e altre figure femminili che danno una mano, il suo compagno giovane con la testa sulle spalle, il bambino avrà tre passaporti (americano, canadese e italiano), la pratica per la tutela sarà evasa in condizioni civili accettabili o per via di legge o per via di sentenza togata, i bigotti e le femministe che hanno obiettato alla “gestazione per altri” se ne faranno un ragione. C’è l’amore, c’è il ruolo della scienza,
c’è la demonizzazione della famiglia violenta (il femminicidio) e la glorificazione della famiglia per desiderio, intuita con affetto dal popolo che circonda Nichi. C’è magari un rimpianto ideologico, quel molto di comunismo immaginario del passato e quel poco di battaglia liberale per i diritti civili, ma la vita supera sempre sé stessa, e si può andare avanti tra letteratura (le poesie della nascita sono già stata consegnate all’editore) e politica e avventure dell’esistenza.
Il pezzo di Merlo aggiunge alla testimonianza, di per sé encomiabile, un tanto di prezioso e di raro, di favolistico, ma con misura, notazioni patetiche ma non melense, con la protezione dal freddo delle orecchie di Tobia, con la pulizia canadese degli interni, con l’accoglienza estrema e disinteressata agli immigrati (siete venuti in città, prendetevela), le pareti di legno chiaro, l’apparato per fasciare il pupo, la genealogia dei nomi di famiglia, la foto bellissima della coppia maschile che coccola il neonato, tutto a posto.
Anche la parte più ibrida, quella dei costi dell’operazione e dei risarcimenti, è svolta con delicatezza: l’agenzia, il piccolo dono alla famiglia californiana della “gestante per altri” e alla donatrice di ovulo, il ricovero per il parto, le fees varie dovute, il latte donato per qualche tempo, l’allattamento o nutrizione con gli ottimi mezzi non biologici per il figlio biologico di Ed e desiderante e amoroso di Nichi. Come dicemmo qui all’epoca, andrà tutto bene e c’è un bambino in più che sarà accudito, e come dicono loro con il conforto del professor Veronesi tra vent’anni sarà tutto ordinario e perfino banale. La famiglia si promuove anche così, che volete. Certo si poteva adottare, e alla fine da parte di Nichi quella è proprio una via complicata all’adozione, alla tutela, più che alla paternità biologica surrogata da una maternità per altri, ma saranno poi fatti loro, uno si dice.
      Eppure è una storia dell’altro mondo o meglio di un altro mondo. La carne e l’incarnazione hanno un posto sbilenco, legato al desiderio ma anche alla sua realizzazione tecnica, a un gesto solitario della volontà che supera la barriera della impossibile fecondità naturale negli amanti o coniugi, a un apparato che riformula nelle regole, nel commercio (inteso senza moralismi), nella persona umana trattata come strumento e non come fine kantiano, elaborata nell’ambito di un patto faustiano, e qui si parla della provetta e dell’alchimia e della distillazione della vita non del diavolo. La donna ha un ruolo non di assistenza, come nelle vecchie nutrici o balie, ma di generazione surrogata, il che è altra cosa. Senza essere bigotto, e senza minimamente alludere al fantasma evocato da Merlo del figlio della colpa, figuriamoci, coltivo il dubbio razionale e anche il rigetto istintivo di questo altro mondo così fatto. Probabilmente sbaglio, ma quando tutto sarà ordinario, generalizzato nella grande era igienista che ci attende e già si dipana sotto i nostri occhi, avremo perso qualcosa. Qualcosa che riguarda l’ordine della realtà esistenziale, la cooperazione efficace e carnale tra diversi in attesa di una vita nuova, e non c’entra solo la tenuta della Bibbia e delle sue terre promes- se, che in sé non sarebbe poi poca cosa; in questa vittoria sulla sterilità c’è qualcosa di troppo, una superbia che s’intravede nell’umiltà dell’atto, e l’idea molto pratica che avere un bambino è un fatto eminente- mente di laboratorio, un atto clinico. E che il quando e il come di una nascita, la scelta libera e innaturale di mettere in conto terzi la gestazione di un bambino, possono essere programmati eu-geneticamente, eu-amorosamente, eu-desiderantemente, fottendosene dei protocolli che la storia naturale degli uomini e delle donne hanno contribuito a scrivere. Con tutta la voglia di ascoltare e credere a una favola, la reazione resta quella di Silvio Orlando in un noto film di Moretti: “Queste cose non raccontatemele, perché non le capisco”. E se le capissi, non sarei mai severo contro un bambino di tre mesi, mai censorio verso un amore quale che esso sia, ma nemmeno indulgente verso la costruzione chimica della persona umana.

giovedì 9 giugno 2016

ARCIPELAGO GENDER. Giovanni Sias sul libro di Ricci

Giovanni Sias interviene sul libro Sessualità e politica 
di Giancarlo Ricci con alcune riflessioni 


La lettura dell’ultimo lavoro di Giancarlo Ricci, Sessualità e politica (Sugarco 2016) impegna in alcune riflessioni che riguardano da vicino la nostra vita nella contingenza storica, E’ anche, e forse soprattutto, occasione per trovare una via non ideologica, per tentare di cogliere che cosa passa oggi a livello mediatico e nei luoghi comuni che attraversano le società del nostro tempo. Forse è questa l’indicazione contenuta nel sottotitolo del libro: Viaggio nell’arcipelago gender. E che il «gender», espressione di una libertà falsa e distorta, sia di ordine squisitamente ideologico mi sembra fuori di dubbio. Che una persona ritenga di poter scegliere il «genere» a cui appartenere benché nasca maschio o femmina, e si ritenga in potere di sovvertire tale statuto biologico ancor prima che antropologico, non può che essere frutto di un’idea di onnipotenza sostenuta dalla potenza della tecnica.

Che si tratti di ideologia lo sottolinea anche il fatto, non irrilevante, che in questo dibattito sociale non sembra che ci sia spazio per discutere, sia sul piano etico sia su quello scientifico: il pensiero gender, sostenuto dai programmi accademici di psicologi e sociologi (e cioè di quelle teorie che il nostro Ugo Spirito chiamava «false scienze») che ne hanno costruito l’ideologia, si presenta come indiscutibile e corre per la sua strada egemonica senza trovare ostacoli, sostenuto dalla politica e dalla falsa-scienza dei nostri tempi.
Che l’autore abbia voluto, con questo libro, portare il confronto sul piano del linguaggio, evitando ogni trabocchetto ideologico, è il suo merito, ed è il suo tentativo di riportare un dibattito sul piano della scienza. Infatti, se vogliamo leggerlo dobbiamo partire dalla frase tratta da Freud e messa in esergo: «La psicanalisi non ha il compito di rendere impossibili le relazioni problematiche, ma di creare per l’Io del paziente la libertà di optare per una soluzione». Qui si trova, o almeno così a me pare, l’indirizzo per leggere in modo corretto il libro di Ricci.
La struttura del libro poi rimanda a questioni e a tematiche che si sviluppano eminentemente sul piano linguistico. Organizzato come un dizionario prende in considerazione tutti i termini (dalla A di abuso alla V di vittimismo) che caratterizzano il linguaggio intorno a tali questioni, e se seguiamo il percorso che analizza il senso che le parole acquisiscono nell’«arcipelago gender», e più in specifico nel linguaggio corrente, ci accorgiamo come tutto questo discorso su una presunta facoltà umana, che non vuole tener presente la sessualità come elemento determinato dal caso (naturale, biologico, e anche antropologico per quanto riguarda una cultura dell’umano), ma lo considera solo un elemento sociale, in cui la sessualità è pensata come scelta «libera» di un ipostatizzato e illusorio soggetto a cui la filosofia da lunghi anni (quattro secoli!) ci ha assuefatti, ci troviamo a considerare come il trionfo del narcisismo scivoli sempre più nella perversione, e che le società attuali, sul piano finanziario, tecnologico, economico e politico, attuano la perversione come espressa possibilità di dominio, di controllo e di assuefazione delle coscienze.

giovedì 11 febbraio 2016

L'OMOGENITORIALITA' E IL BAMBINO. Di G. Ricci

Contributo intorno alle implicazioni simboliche dell'omogenitorialità al tempo della sconfessione del padre e dello decostruzione della madre. 


Sull’omogenitorialità molti prendono la parola come se si trattasse di una preferenza o un’opzione personale, come se le faccende umane fossero governate da principii e statuti simbolici modificabili a piacimento. Nella società in cui tutto è permesso, nell’enfasi dello scientismo e nelle promesse delle biotecnologie bisognerebbe ricordare che esistono principii che vengono chiamati non disponibili. Sono proprio questi principii a definire simbolicamente l’umano, il suo statuto, il suo orizzonte di verità.
Quale sarebbe lo statuto simbolico dell’omogenitorialità riconosciuto attraverso una legge? A che cosa sarebbe preposto? Dobbiamo prima precisare cosa intendiamo per “bambino” e che cosa con “figlio”. Sono davvero due sinonimi o hanno due statuti differenti? Partendo dalla teoria e dalla pratica clinica (psicanalitica) occorre rilevare che c’è differenza tra il concetto di “bambino” e di “figlio”. Il “bambino” è da considerare principalmente come oggetto d’amore, un oggetto pensato, progettato, desiderato. Se una donna dicesse che vuole avere un bambino, magari a tutti i costi, sarebbe problematico. Per i genitori - etero o omo - il rischio è che, appunto, prevalga il desiderio di avere un bambino, di considerarlo un oggetto narcisistico che deve confermare la specularità della coppia, prolungarla, fare tutt’Uno con essa. Il “bambino” incarnerebbe il desiderio della madre, sarebbe cresciuto come l’oggetto immaginario che ricolma la sua mancanza. 
  
Autun, Francia, ca. 1130. (Allegoria della filiazione?)
Altra cosa è il “figlio”: egli simbolicamente  è situato in un processo di filiazione e non puramente in una linea riproduttiva  biologica, magari favorita dalle nuove biotecnologiche. Il figlio è colui che appartiene a una genealogia, è colui al quale è affidato il compito di trasmettere (a suo modo) il debito di vita che riceve, è colui che garantisce alla società e alla civiltà l’alternarsi delle generazioni ossia la trasmissione di una memoria dell’umano. Il figlio è il cuore pulsante della vita, il punto sorgivo da cui passa la vita e la morte, il progetto di vita e il suo compimento. E’ molto di più che un oggetto d’amore: egli istituisce l’essenza dell’umano, la finitezza del limite e l’infinitezza dell’avventura. Il figlio cammina con i propri passi, esce dalla famiglia, si avventura nel mondo. Lo diceva bene Goethe parlando del figlio: “Ciò che hai ereditato riconquistalo se vuoi possederlo davvero”. Dunque figlio è colui che riconquista ciò che ha ricevuto, ossia la vita. Il figlio desidera che la vita sia sua e non un prolungamento della vita altrui. Per il “bambino” tutto ciò non avviene, gli è precluso. Il “bambino” si compiace di essere amato; rischia di immaginare di essere amato per sempre, di essere perennemente in credito e dunque di non restituire niente. Difficilmente fa il passo di mettere in gioco il proprio desiderio, la propria mancanza. Preferisce incarnare la posizione di oggetto d’amore. In una battuta: bambini si nasce, figli si diventa. O meglio ciascuno nasce bambino e può diventare figlio. Dipende in gran parte dal padre e dalla madre e da come essi hanno fondato una famiglia.  
Quando viene affermato che l’amore dei genitori, anche omosessuali, è sufficiente a crescere bene un bambino, si tratta di intendere di quale amore si tratta. Talvolta, cosa non rara, l’amore è problematico o addirittura patologico. Può accadere in qualsiasi relazione. Tuttavia, cosa imprescindibile, l’amore genitoriale, in quanto tale, non è sufficiente a istituire simbolicamente il figlio. E’ una condizione non sufficiente. 
Occorre altro per istituire il figlio. Occorre che ci sia un padre e una madre, ossia due corpi sessuati, due corpi cioè contrassegnati da una differenza (anatomica, simbolica, psichica). Solo così a sua volta il figlio potrà crescere pensando di appartenere anch’egli all’uno o all’altro sesso (nome). Occorre inoltre che un figlio possa svolgere e soggettivare il mito delle proprie origini. Che possa pensarsi e costruire la propria identità situandosi in una struttura della parentela e della genealogia (cognome). Per ogni individuo è essenziale sapere “da dove vengo”, per capire “dove andare”, per cercare di tessere un senso e una direzione alla propria vita. 

    Il grande "dibattito" di questi mesi sull’omogenitorialità mette in rilievo il tentativo di dimostrare la supremazia della biotecnologia sui criteri simbolici che governano la filiazione. Di fatto la biotecnologia tenta, secondo una versione medicalistica, di smontare, decostruire e segmentizzare la logica della filiazione. Dunque vi sarebbero tre madri: quella che mette l’ovulo, quella che attua la gestazione, quella sociale. E due padri: colui che mette lo spermatozoo e quello sociale. In questa frammentazione la dimensione simbolica della relazione sparisce e lo statuto di figlio svanisce. Se viene svilito questo statuto di figlio, così storicamente centrale in qualsiasi cultura e società, la riproduzione umana diventa una faccenda dove più nulla è distinguibile. Dove l’alternanza della vita e della morte che consente l’alternarsi delle generazioni, si spegne. E quindi dove ogni memoria e ogni tradizione diventa un mausoleo, ossia una celebrazione narcisistica e autoreferenziale di se stessi. Ogni differenza soggettiva verrebbe bandita. 

martedì 9 febbraio 2016

BREVE STORIA DELL'OMBELICO. Da dove vengono i bambini. Di Giancarlo Ricci

Riceviamo e pubblichiamo questa "Breve storia dell’ombelico. Da dove vengono i bambini" di Giancarlo Ricci.

Sulla storia dell’ombelico, curioso segno che ciascun essere umano ha inscritto sul proprio corpo, parecchio potrebbe raccontarsi. 
Fin da piccoli i bimbi scrutano insistentemente questo particolare avvallamento in mezzo alla pancia. Chiedono che cosa sia, a cosa serva, chi l’abbia inventato. In realtà non riescono a capire che è una vera e propria cicatrice. Ma cicatrice di che cosa?
Quando un adulto spiega che l’ombelico è una cicatrice, i bimbi rimangono increduli, pensano che sia uno scherzo, il solito giochetto stupido per farli divertire. Viene spiegato loro che un tempo, quando erano più piccoli, venivano alimentati con un tubicino collegato direttamente alla loro pancia. Fanno un po’ fatica i bimbi a capire questa cosa, ma fin qui pare ci arrivino, almeno sembra. 

La vera difficoltà sorge quando essi cercano di capire a che cosa era collegato, dall’altra parte, quel tubicino: a un corpo, a un frigorifero, a un biberon gigantesco? Proprio non riescono a farsi una ragione su dove andasse a finire quel tubicino, a che cosa fosse collegato. 
Alla mamma, rispondono in coro gli adulti. Al corpo della mamma, precisa qualcuno. All’utero della mamma, corregge un altro. In verità, alla placenta, sentenzia infine il vero adulto. A queste risposte i bimbi rimangono un po’ confusi. I più risoluti insistono nel chiedere perentoriamente se questo tubicino fosse attaccato alla mamma o all’utero della mamma. All’utero della mamma, rispondono alcuni adulti. Insomma, alla mamma che ti ha nutrito, rispondono altri. 
A questo punto alcuni bambini rimangono perplessi e pensosi. I più svegli incominciano a questionare: ci avete raccontato che l’utero dove si cresce da piccoli è sempre quello di nostra mamma! Sì, rispondono gli adulti, un po’ seccati, è quello dell’utero della mamma. 
I più svegli, rimuginando, poco dopo sbottano: ma allora l’utero e la mamma possono essere diversi…Gli adulti, spazientiti, ammettono: talvolta è lo stesso della mamma altre volte no. Le domande dei bambini esondano in piena: ma allora, come mai sul mio corpo c’è questa cicatrice che non ha nulla a che fare con mia madre? C’è allora una mamma vera e una mamma falsa? Qual è dunque mia mamma? Allora io da dove provengo? Da chi sono stato nutrito? Allora anche il mio corpo può essere il mio o quello di un altro. Mi hanno sostituito la mamma, scuote la testa il bimbo più appartato. 

Gli adulti, travolti da tante e inconsuete domande, ormai avevano molte altre cose da fare e si apprestano a squagliarsela a passi felpati. 
Prima che l’ultimo adulto lasciasse la stanza sentì la voce del bimbo più grandicello che chiede: Ma il papà sa di tutto ciò? Sa mia padre che l’utero che mi ha nutrito e cresciuto non è quello di mia mamma? Lo sa?
Immerso nel silenzio proseguì da solo i suoi pensieri: se mio papà lo sa significa che era d’accordo. Se questo è vero, significa che mio padre mi ha generato con un’altra donna. Oppure il corpo da cui provengo è stato fecondato da un altro uomo. Insomma da dove vengono i bambini? Da quante madri o da quanti padri…

Così, dopo tutto ciò, alcuni bimbi si convinsero che quella cicatrice che avrebbe dovuto significare sul proprio corpo, la traccia della propria storia e della propria provenienza, in realtà rappresentava qualcos’altro che non riuscivano a intendere… 

martedì 26 gennaio 2016

TESI CONTRO L'OMOGENITORIALITA'. Di G. Ricci

In sei punti, a partire da considerazioni che procedono dalla clinica psicanalitica, dal diritto e dall'antropologia,  G. Ricci, autore di Sessualità e politica. Viaggio nell'arcipelago gender (Sugarco), interviene a proposito del dibattito sull'omogenitorialità. 

 PARENTELA E GENEALOGIA. L’ipotesi di una famiglia omogenitoriale basata sul legame tra due individui dello stesso sesso, dove uno farebbe “da padre” e l’altro “da madre”, nega di fatto lo statuto di madre e di padre. E’ una negazione anatomica, biologica, culturale, antropologica, ma soprattutto simbolica. Tutto ciò non va senza conseguenze psichiche per il figlio o la figlia: vacilla la costruzione dell’identità sessuale, della differenza tra i sessi, del mito delle origini. Risulta scardinata la struttura della parentela, della genealogia, della filiazione, della trasmissione da una generazione all’altra: temi, quest'ultimi, che nell'attuale pseudo dibattito spariscono. 

L’IDENTITA’ DIFFERENTE. Da qualche anno, grazie alla visione gender, si parla sempre più di “funzione genitoriale” per giustificare l’idea che chiunque può esercitare una funzione genitoriale, quindi anche coppie gay o lesbiche. E’ importante ricordare, invece, che è un elemento psichico strutturale il fatto che i figli possano crescere “immersi” nel duplice riferimento maschile e femminile rappresentato da un padre e da una madre. La differenza del loro statuto costituisce la garanzia simbolica che il figlio potrà crescere affermando a sua volta la differenza della propria individualità soggettiva. Ciò è fondamentale. Se così non fosse, il figlio rischia una sorta di collassamento identitario, rischia di incarnare, replicandolo, il desiderio dei genitori.  L'attuale disagio giovanile è un'avvisaglia di questo collassamento e di un disorientamento identitario della società del benessere governata dal principio secondo cui "tutto è permesso". 

FILIAZIONE. Il concetto di filiazione, contrariamente a quello di riproduzione, è il dispositivo simbolico, sociale e individuale che presiede al progetto di fare un figlio.     La  modalità biotecnologica scompone il concetto di filiazione frammentando funzioni e statuti: nega la funzione paterna, svilisce il corpo della donna, riduce lo statuto materno a funzione riproduttiva. Un certo uso ideologico delle biotecnologie rischia di disintegrare l’edificio simbolico della filiazione. Quest’ultimo garantisce una permutazione dei posti simbolici (di padre in figlio) permettendo la possibilità che una società possa progettare il proprio futuro, cosa non del tutto evidente in questi tempi. Oggi vi sono coloro che, in nome del modernismo, pretendono che la maternità venga deistituzionalizzata e la filiazione rimpiazzata dal contratto. Costoro non si accorgono che sostengono il progetto biopolitico promosso dalle biotecnologie.
IL FIGLIO IN QUANTO TERZO. C’è un’evidenza inconfutabile che sembra sparire nel polverone dei dibattiti sui diritti gay: formalizzare o meno una relazione amorosa tra due individui adulti è un conto. Tutt’altra cosa quando entra in gioco il destino di un minore o di un nascituro, come nel caso dell’adozione omogenitoriale o della fecondazione eterologa.  Qui la faccenda compie logicamente un salto radicale perché è introdotto un terzo. Infatti ne va del destino di un essere vivente che è collocato in uno status simbolico e giuridico di serie A o di serie B. Dobbiamo chiederci: tutto ciò non è forse un atto che rischia di essere razzista? Il diritto non dovrebbe garantire uguaglianza e pari opportunità per ciascuno? Siamo dinanzi a un progetto eugenetico?
L’AMORE. Nel corso della formazione psichica di un individuo è fondante la storia familiare, la sua narrazione e la sua narrabilità: la vicenda dell’origine, il riferimento a una genealogia, la strutturazione di un’identità che affonda le radici nell’incontro tra un uomo e una donna. Nel caso di una coppia gay, che ha cercato di “avere” a tutti i costi un bambino, il tema dell’origine rimane ingarbugliata in una dissipazione simbolica in cui posti e funzioni risultano confusi. Pur di nascondere questa evidenza viene detto che se c’è amore c’è tutto. Love is Love, si dice. Niente di più demagogico. Il nodo è che l’amore, in qualunque caso, è una condizione indispensabile ma non sufficiente per istituire il figlio. Occorre ben altro. E poi: che cosa intendiamo per amore, parola lastricata da molti trabocchetti? Eros, agape, filia o che altro? 

LA SESSUAZIONE. Se viene meno la possibilità, per un bambino o per una bambina, di trovarsi in un processo di identificazione con il genitore dello stesso sesso, le conseguenze psichiche sono serie. Sarebbe compromesso il processo di sessuazione che è la via attraverso cui un soggetto, nel corso di quasi due decenni della sua vita, dalla nascita all’adolescenza, approda alla propria identità sessuale. Far crescere un bambino nell’omogenitorialità significa sottoporlo a un lavoro psichico immane rispetto all’acquisizione della sua identità sessuale e più in generale rispetto alla sua soggettività esposta facilmente a una deriva identitaria. I sostenitori dell'omogenitorialità in nome dell'amore non intendono la differenza tra bambino e figlio. Per loro basta l'amore.  

giovedì 14 gennaio 2016

SULL'ADOZIONE, SUL FIGLIO E I DIRITTI. Di Giancarlo Ricci

 Pubblichiamo la prima parte della voce adozione tratta dal libro di G. Ricci Sessualità e politica.Viaggio nell'arcipelago gender (Sugarco, 2016). 
Articolato in sessanta voci come in un dizionario, il libro ripercorre i temi essenziali che attraversano oggi la sessualità e la politica: la <<cosa sessuale>> e la <<cosa pubblica>>, l’individuo e la società, la libertà del soggetto e il <<bene comune>>, il privato e il pubblico.  
                                                                                           
Tre sono le modalità con cui una coppia sterile può <<ottenere>> un bambino: la via dell’adozione, della procreazione medicalmente assistita (PMA) e della fecondazione eterologa. Qui le questioni e la parole si complicano immediatamente. Come definire <<una coppia>>? E perché non parlare di un single ? Si tratterebbe di avere un bambino o di fare un figlio? In nome di quale amore? Siamo sicuri che stiamo parlando ancora di famiglia ? 


Ecco tutti nodi venire al pettine. In realtà due sono i pettini. Il primo pettine riguarda l’avere un Bambino che comunque rimane un desiderio di avere. In questo avere, il posto del Bambino rischia di essere quello delloggetto, delloggetto desiderato. Se poi è desiderato forsennatamente per colmare una mancanza, povero bambino. Il secondo pettine chiama in causa il dispositivo  simbolico della filiazione dove qualcuno, il Figlio, è chiamato a esistere e ad conquistare un posto nel mondo in quanto ha la facoltà di  soggettivizzare ciò che ha ricevuto (debito simbolico) e di trasmetterlo a modo suo.  
La distinzione, così netta, tra Bambino e Figlio ci permette subito di situare, nel complesso campo dell’adozione, due versanti: da una parte il desiderio degli adottanti, dall’altra il destino dell’adottato. In che modo desiderio e destino si stringono nello stesso nodo o si sciolgono separandosi? La loro dialettica implica una dimensione giuridica, etica, sociale, soggettiva. 


Il nostro tempo, trafficato da <<diritti insaziabili>>, predilige il punto di vista dei genitori e della loro volontà. Il sano concetto giuridico relativo alle <<condizioni di adottabilità>>, poste a protezione e a tutela del minore, passa ormai in secondo piano. Sembra svanita la condizione secondo cui il minore adottabile debba essere <<in stato di abbandono>>. In altri termini prevale un generico diritto all’adozione sul diritto dell’adottato, spesso relegato nella zona grigia di un destino sfortunato. Notiamo di sfuggita, a proposito dell’adozione ma ugualmente per alcune pratiche di fecondazione, che in nessun sistema giuridico è mai esistito, per una donna, il diritto di avere un figlio.

La <<coppia adottante>> giuridicamente deve corrispondere ad alcuni requisiti, anche psicologici. Il nodo infatti riguarda lo scenario psichico in cui il tema della maternità e della paternità prendono consistenza e determinazione. Qui le cose si complicano perché sullo sfondo sono spesso silenziosamente all’opera, da parte sia dell’uomo sia della donna, alcuni fantasmi inconsci che alcuni studiosi situano a livello transgenerazionale. Questi fantasmi chiamano in causa molti aspetti, sia sul versante biologico (sterilità) sia sul versante simbolico (infertilità). 
Il complesso istituto delladozione, in un certo senso, assicura il superamento di questo impossibile (biologico e/o simbolico). Questione quanto mai complessa  perché chiama in causa la relazione stessa tra un uomo e una donna. Il termine amore, spesso evocato dai media come protagonista indiscusso e univoco della vocazione adottiva, è intriso di altre questioni.  
Si tratterebbe ulteriormente di distinguere, tra i due componenti della coppia, come funziona il desiderio di adozione. Il desiderio di una donna ad avere a tutti i costi un Bambino può radicarsi in una sua questione psichica problematica. E ugualmente il desiderio di paternità per un uomo può risalire ad una sua vicenda antica, alla trasmissione del nome o a una particolare idea di <<immortalità>>. In entrambi i casi aleggia l’ombra della genealogia, della discendenza, della trasmissione.  

Sul lato del figlio adottato non si può minimizzare un elemento strutturale e cioè la non coincidenza tra la dimensione  <<biologica>> e quella <<simbolica>>. Il figlio adottato, in quanto accolto e dunque desiderato dai genitori, è un figlio <<simbolico>> ma non <<biologico>>; non c’è un legame <<di sangue>>. Lasciamo da parte la complessità di queste due dimensioni che assumono valenze culturali, sociali, giuridiche e antropologiche diversissime. 
La non sovrapposizione tra il <<biologico>> e il <<simbolico>>, da sempre questione infinita, pone di fatto per il figlio adottivo alcune tematiche psicologiche e psichiche di rilievo: il romanzo familiare delle proprie origini, il tema del rifiuto, il nodo della paternità e del nome, l’istanza dell’ascendenza e della discendenza (il da dove vengo). In particolare da parte del figlio adottivo rimarrà lo sforzo di intendere, nella storia in cui si è trovato a nascere, la natura dell’impossibilità dei propri genitori naturali ad essersi occupato di lui. Impossibilità, rifiuto o che altro?  Questa barratura così equivoca e ambivalente, oltretutto raccontata quasi sempre da altri, impegna il soggetto in un lavoro psichico impegnativo e difficile. In sintesi: per diventare Figlio dalla posizione di adottato, occorre un doppio giro. In un certo senso l’attraversamento di una doppia perdita e di un doppio lavoro del lutto. 

Altra implicazione: la questione del debito. Nell’adozione anche il debito simbolico, in un certo senso, si raddoppia, talvolta fino a diventare insopportabile. È facile che esso sia avvertito nei confronti dei genitori reali, gli adottanti. Spesso il debito è facile sia pensato come debito reale, ben lontano dall’assumere una valenza simbolica. In altri termini: il figlio adottato è ancor più spinto a confrontarsi con una restituzione ritenuta impossibile. Alcune volte questa impossibilità è paralizzante o labirintica. In termini clinici, la vicenda può assumere una portata drammatica dai contorni distruttivi. Un enunciato potrebbe essere: <<restituisco (dissipo, dilapido, azzero) il dono della vita per restituire il rifiuto che ho ricevuto>>. 

venerdì 4 dicembre 2015

SULLA MATERNITA' SURROGATA. Di Luciana Piddiu

Pubblichiamo questo intenso testo sul tema della maternità surrogata. 
Il suo titolo originale "Potrei dire la mia" 
si pone al di là di ogni visione 
ideologica o di partito preso, sfiorando la testimonianza.  


Si può dire che non c’è bisogno di essere credenti per essere contrari alla maternità surrogata? Posso dire che anch’io, atea, femminista e comunista libertaria, sono fieramente contraria al mercato di gameti ed embrioni delocalizzati in qualche utero affittato?
Il fatto che il linguaggio usato per indicare queste pratiche parli di amore insopprimibile per i bambini, di famiglie arcobaleno armoniose e prive di problemi, di donne altruiste che, per pura generosità, mettono a disposizione di chi lo voglia il loro corpo fecondo, non fa che confermare l’uso ideologico e strumentale del linguaggio. Invece di dire il mondo e di rappresentarlo, lo lava, lo sbianca, lo nasconde nella sua cruda complessità per portare acqua al mulino del nuovo conformismo.

La nascita di Atena dalla testa di Giove
Non si deve parlare dei bombardamenti ormonali che devastano il corpo delle donatrici, costrette a donare fino a quaranta ovociti per volta, in anestesia generale; né tantomeno delle tariffe delle madri surrogate, ben differenziate fra paesi ricchi e paesi poveri: bastano 40.000 euro per un utero ucraino, ma se si desidera un utero americano il prezzo lievita fino a 120.000 dollari. Per chi vuole il low-cost c’è sempre l’ India o il Bangladesh, che si offrono a prezzi stracciati.
  Per quanto mi riguarda diversi sono gli scogli insuperabili: uno è rappresentato da quella massima della morale kantiana che suona così: "agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo". Credo che non ci sia bisogno di illustrare il significato e le implicazioni di questo principio nella questione di cui stiamo parlando. Trattare il proprio corpo–mente come capitale da sfruttare raccontandosi la favola bella dell’amore che oggi ci illude, è il segno tangibile che il pensiero e la capacità di riflessione sono diventati un lusso, che non ci si può più permettere: il tempo stringe, il bisogno di riprodursi incalza e quindi ben venga la tecnologia che ci consente di superare ogni ostacolo ….
E qui sta il secondo scoglio: la con-fusione tra desiderio, questo sì legittimo e connaturato alla dimensione simbolica dell’essere umano, e bisogno, che attiene alla sfera della necessità. Questo movimento regressivo dal desiderio al bisogno determina l’aporia successiva: il passaggio dal registro dell’essere a quello dell’avere. Il legittimo desiderio di essere madri o padri, che si può benissimo soddisfare senza bisogno di generare, si trasforma nel bisogno di avere un bambino, ridotto quest’ultimo alla stregua di un prodotto-merce di cui si rivendica il ‘diritto’. Si pretende dallo Stato la cancellazione ufficiale nei documenti di identità dei soggetti che hanno contribuito alla generazione. Si cancella dalla scena del concepimento l’altro da sé, la differenza sessuale, rivendicando come diritto di uguaglianza l’attestazione in un atto pubblico di un falso: non si nasce da due uomini come non si nasce da due donne.
Duro da accettare ma è così.
Ma lo scoglio più arduo da superare è tuttavia un altro. Riguarda il nascituro. Poiché la gravidanza non è solo un passaggio in un contenitore biologico indifferentemente intercambiabile ma “è un momento di una storia complessa nella quale la madre nel suo rapporto biologico e psichico con il feto, dialoga fisiologicamente, emotivamente e razionalmente con il bambino, reale e ideale, trasmettendogli, che lo voglia o no, il senso della propria elaborazione conscia e inconscia, dei suoi rapporti con i suoi genitori (interni e reali), e con le aspettative sul futuro” (G. Giordo) che si ammetta o no quel nato di donna verrà comunque plasmato da quella gravidanza. A quel bambino che chiederà da grande ‘da dove viene’ si potrà raccontare una bugia o semplicemente omettere la verità ma lo si priverà di un diritto fondamentale, quello di conoscere la sua radice storica, spezzando così il filo che lo lega alle varie generazioni, dalle quali, magari, potrebbe prendere le distanze se ne avesse conoscenza.
Questo prodotto, così ben confezionato per soddisfare il bisogno di consumo degli acquirenti, realizza e invera la dichiarazione della dea Atena la quale, essendo nata dalla testa del padre Zeus, può affermare, spavaldamente, che lei è la prova vivente che non c’è bisogno alcuno della madre. 
Sarà un caso che Atena è la dea della guerra, o una conseguenza della cancellazione del materno?

martedì 30 giugno 2015

MATRIMONI GAY: IL BUSINESS DEI DIRITTI. DI Giuliano Guzzo

Il puntuale e documentato intervento di Giuliano Guzzo evidenzia il motivo dell'urgenza  degli USA nell'approvare i matrimoni gay. 
Nel marzo 2013 il Time era uscito con una doppia copertina dal titolo: "Matrimoni gay: abbiamo già vinto". Obama, apertamente sostenuto e finanziato per il secondo mandato dalle lobby LGBT, oggi salda il conto. Obiettivo raggiunto. Viene fatto passare per una grande conquista delle libertà  civili. 
Il neoliberalismo procede a colpi di libertà. Per il nostro benessere. 
 In Italia la notizia arriva ammantata da un (tronfio) trionfo che celebra, sotto mentite spolie, il mercato demagogico dei diritti.

Vai all'articolo completo (Nozze gay, il grande business, 28.6.15):  http://giulianoguzzo.com/2013/06/28/nozze-gay-il-grande-business/



Altro che «love is love», come dice Barack Obama. La decisione della Suprema Corte americana, che come sappiamo ha bocciato il clintoniano Doma – acronimo che sta per Defense of Marriage Act [1] –, a pensarci bene fa venire in mente uno slogan ben diverso: «Money is money». 

Senza voler minimamente discutere i sentimenti delle persone omosessuali – alle quali va, anzi, assicurato il massimo rispetto -, sarebbe infatti ingenuo sottrarsi aprioristicamente al dubbio che, se certamente non a determinarla, quanto meno a concorrere alla storica (e risicatissima: 5 voti contro 4) svolta dei giudici possa esservi stata anche una dimensione, per così dire, più concreta e meno ideale.
Del resto, non diciamo nulla di nuovo dato che da tempo l’omosessualità è ritenuta un «middle-class phenomenon» [2] in grado di mobilitare ingenti risorse anche economiche [3], e che proprio alla Suprema Corte, quest’anno, è giunto un documento a suffragio dell’incostituzionalità del citato Doma sottoscritto – combinazione – da ben 278 grandi aziende fra le quali, per brevità, ricordiamo soltanto le più note: Amazon, Apple, Facebook, Twitter, Moody’s Morgan Stanley, Goldman Sachs e Starbucks [4]. Ora, che si tratti di 278 realtà – incluse potenti banche – mosse tutte e solo da interessi filantropici? Non si direbbe dato che è stato proprio Lloyd Blankfein, amministratore delegato della Goldman Sachs, a chiarire che «è una questione di diritti civili, ma anche di business» [5].
L'American Airlines ha festeggiato così i nuovi diritti

A conferma della fondatezza di questa dichiarazione si può ricordare l’elenco dei potenti sostenitori – fra imprenditori, manager e banchieri – delle nozze gay coi rispettivi quantitativi versati o raccolti in questi anni per la causa: Cliff Asness (1,5 milioni di dollari), Jeff Bezos (2,5 milioni di dollari), Bill e Melinda Gates (500 mila dollari), Daniel Loeb (1,5 milioni di dollari), Jon Stryker (1,85 milioni di dollari), solo per citarne alcuni [6]. La domanda a questo punto potrebbe essere: come mai tanti pezzi da novanta si prodigano per le nozze gay? Cosa c’è davvero sotto? Di che «business» si tratta? E, soprattutto, di quali dimensioni?
Ora, in ovvia mancanza di dati che possano fornirci un quadro più preciso,  per ora non possiamo che ragionare in termini di stime. Ebbene, se circa dieci anni fa il CBO – acronimo che sta per Congressional Budget Office – al pari di altre valutazioni [7], stimava l’indotto delle nozze gay, una volta che queste saranno effettive in tutti e 50 Stati Usa, di un miliardo di dollari l’anno [8], secondo un più recente contributo di Forbes del 2009, l’indotto complessivo sarebbe decisamente più sostanzioso: circa 9,5 miliardi di dollari [9]. Una somma che, benché alta, non pare esagerata – solo a New York, dopo un anno, le nozze gay hanno generato guadagni per 259 milioni di dollari [10] – e che spiega fin troppo bene l’interesse di Moody’s, Morgan Stanley e Goldman Sachs per l’abolizione del Doma.
Ma al di là del dato economico, qui richiamato solo in sintesi rispetto alla sua ben più articolata realtà, non possiamo che concludere riflettendo su un aspetto curioso, vale a dire la convergenza di interessi, quando si parla dei diritti delle “nuove famiglie”, fra i colossi della finanza e dell’industria e le forze politiche socialiste, fieramente di sinistra o cosiddette antisistema, due mondi divisi su molto eccetto che sull’anticattolicesimo, l’«ultimo pregiudizio accettabile» [11]. Forse che la lotta contro la famiglia cosiddetta tradizionale e, di conseguenza, contro il diritto naturale, la ragione e la Chiesa sia il vero obbiettivo di certe battaglie? E’ un sospetto forse indimostrabile certo, ma che viene. E proprio non se ne va.

Note: 
[1] Cfr. Defense of Marriage Act, «Public Law» 104-199, 1996; 
[2] Cfr. Niada M. A Londra il business gay vale 100 miliardi di euro, «Il Sole 24 Ore», n. 160, 13/6/2006, p. 8; 
[3] Cfr. Zald M. – McCarthy J. (1977) Resource Mobilization and Social Movements: A Partial Theory. «American Journal of Sociology»; 82(6): 1212-1241; 
[4] Cfr. AA.VV. Brief of 278 employers and organizations representing employers as amici curiae in support of respondent edith schlain windsor (merits brief). 27/2/2013; «The Supreme Court of the United States» – No. 12-307:1-95; 
[5] Blankfein L. cit. in Ford Z. Goldman Sachs CEO: Marriage Equality Is Good For Business. «thinkprogress.org», 11/3/2013; 
[6] Cfr. Biles A. The Top 23 Gay Marriage Supporters in Business Today. «bezinga.com», 26/3/2013; 
[7] Cfr. Guaracino J. Gay and Lesbian Tourism. The Essential Guide for Marketing. Elsevier Ltd., Jordan Hill, Oxford 2007, p. 43; 
[8] Cfr. Holtz-Eakin D. (2004) The Potential Budgetary Impact of Recognizing Same-Sex Marriages. «The Congressional Budget Office»; 1-10: 1; 
[9] Cfr. Marcus M.The $9.5 Billion Gay Marriage Windfall. «Forbes.com», 16/6/2009; 
[10] Cfr. Goldman H. Gay Marriage Produced $259 Million for New York City Economy. «bloomberg.com», 24/7/2012; 
[11] Jenkins P. The New Anti-Catholicism. The Last Acceptable Prejudice, Oxford University Press, New York 2003.

venerdì 19 giugno 2015

IL MEDIUM E' IL MASSAGGIO. I PUNTI CIECHI DELL'OCCIDENTE. Intervista a MARC FUREDIS


Pubblichiamo alcuni brani dell’articolo di Marc Furedis, 
docente di Sociologia all’ University of Tokyo. 
Direttore del Centro Studi di Demo-Etno-Antropologia 
presso la  Yokohama National University, insegna in alcune università americane. Il lungo saggio - intitolato in base agli argomenti - è apparso (5 maggio 2015) sul sito: http://ssr1.uchicago.edu. (Traduzione di Ellis Monk).

L'EUROPA E L'ITALIA
(...) Dopo oltre due decenni di studi sociali le ricerche del nostro Istituto a Yokohama si sono dedicate a tracciare possibili scenari relativi allo sviluppo socio culturale dell’Europa parallelamente al tema culturale, politico ed economico della sedicente unione europea. I risultati che si sono delineati sono impressionanti soprattutto nell’area del sud Europa, esposta alle complesse e diverse problematiche del continente africano. Sempre più diversi paesi europei saranno costretti a confrontarsi in termini drammatici con il problema della cosiddetta immigrazione, di popolazioni e ceppi etnici in fuga, di minoranze sociali cacciate dal loro territorio per motivi di sopravvivenza (...).
Dal punto di vista delle scienze etno-antropologiche che negli ultimi anni si avvalgono di materiali e tecniche statistiche alquanto sofisticate nonché di modelli proiettivi aggiornati pressoché quotidianamente, ci accorgiamo per esempio che, a differenza di interventi istituzionali governativi di altri paesi come Francia, Spagna, Germania e alcuni paesi dell’est Europa, l’Italia rappresenti un caso a parte.  (…) L’uniformità (in Italia) di posizioni ideologiche che raccolgono consenso solo per una sorta di adesione anonima non trova paragoni nella recente storia socio politica italiana. Un esempio eclatante è la questione dei diritti civili, di come viene proposta e gestita. E‘ sorprendente che, a quanto ci risulta, non vi siano state o quasi in Italia posizioni o interventi di giuristi che abbiano chiaramente espresso un dato di fatto universalmente accertato: e cioè che nel capitalismo avanzato, nel neoliberalismo per esempio, ogni richiesta di nuovi diritti, da parte di associazioni, gruppo sociali, lobby, gruppi di pressione, in realtà erode quella che i giuristi riconoscono come la libertà individuale, un principio intoccabile, la base delle moderne democrazie.
Insomma nuovi diritti e libertà individuali sono due entità inversamente proporzionali. Ciò avviene da quando esiste la polis e la civiltà. I diritti espressi da una parte dei cittadini può ledere la libertà di altri cittadini; Zizek non è certo stato il primo a rilevarlo. Questo difficile equilibro tra diritto e libertà sempre più nella società italiana e nella sua configurazione culturale e sociale dell’ultimo decennio, risulta a tal punto precario da indicare una tendenza antropologica in mutazione. Le prospettive ipotizzate da Sloterdijk o il riesumare le utopie fallite come fa Abensour, non rendono ragione dell’attuale complessità. La posizione ideologica rappresenta l’ultimo tentativo di credere di governare per il bene di tutti. Ma, come sappiamo, è un’idea che rasenta l’impostura. In Italia questo è abbastanza evidente (…). 

IL COSTO DEI NUOVI DIRITTI
(…) Occupandomi da tempo di mutazioni del linguaggio, avrete notato come ormai i politici e i media italiani usino termini come mainstream o endorsement. Vogliono far credere che si sono aggiornati. Parlano di governance per evitare la parola potere, una parola tabù: il segreto di tutti i segreti, la maschera di tutte le maschere, il denudamento di tutti i denudamenti. Insomma una questione di pornografia. Nel vostro paese la politica è gestita come un serial pornografico. Giocate a svelare, puntata dopo puntata, il nuovo corrotto. In modo che su un’altra scena, non visibile, un nuovo corruttore prepara la puntata successiva. Debord, con la sua società dello spettacolo, impallidirebbe di fronte a tanta sfrontatezza.
Per il pubblico vanno bene i nuovi diritti, danno l’impressione di trovarsi in un’effettiva democrazia. E i diritti dei gay ricascano perfettamente nel modello e nello schema adatto a questo momento sociale e politico. Si inscena la commedia e gli sguardi del pubblico si rivolgono unanimi al nuovo spettacolo (…). E poi chi si è visto si è visto. Se era gay oggi è etero, se era etero oggi è gay. Confondere le identità, i ruoli, le maschere fa parte dello spettacolo, del consumo del bla bla… Intanto il calo demografico prosegue inesorabile, la famiglia è sempre meno tutelata e promossa, i giovani abbandonati a un destino drammatico e senza futuro. Così mentre i ceti illuminati e ideologicamente autoreferenziali si fanno vanto di essere progressisti sostenendo i nuovi diritti delle unioni gay, decine di migliaia di vostri neolaureati ogni anno vanno all’estero a cercare lavoro e un progetto di vita vivibile. (…) Quale priorità dare ai diritti? Quanto costano i diritti? Chiedete a un cittadino quanto pensi che costi al sistema Sanitario Nazionale l’organizzazione di reparti, macchinari, tecnologie per la crioconservazione dei gameti, la scelta e la formazione del personale adeguati ad attuare la fecondazione eterologa. Il cittadino dirà che non lo sa. E non lo sa perché nessuno lo ha informato. Nessuno lo ha informato perché è un’informazione da tenere ben segreta. Molto probabilmente anche il politico non lo sa esattamente. Si deve fidare di quanto gli dicono, o meglio di quanto gli suggeriscono. E’ come un segreto di Pulcinella alla rovescia. Tutti conoscono il segreto? Niente affatto! Ciascuno dice che tutti conoscono il segreto, ma nessuno in realtà lo conosce. Così ognuno si fabbrica in proprio il suo segreto dicendo che tutti lo sanno. In altri termini: stiamo parlando della logica della corruzione. L’Italia sta facendo scuola su questo tema. Noterete che la questione è formulata sempre all’identico modo: “possibile che non si sapesse?” Ritorna il classico ritornello della commedia erotico-sentimentale all’italiana: si fa ma non si dice. Che, ribaltandosi, rispecchia alla perfezione il modus operandi del politico nella commedia populistico-demagogica: si dice ma non si fa ovvero si promette e poi si dimentica.  Qui siamo molto oltre Machiavelli. Siamo molto oltre Hobbes. Tocqueville, con le sue bazzecole sulla democrazia e sulla tirannia della maggioranza, ce lo lasciamo abbondantemente alle spalle (…). 

CREDERE DI PENSARE
(...) Mi riferivo prima alla vicenda dei matrimoni gay o delle unioni civili. Sappiamo che nonostante vi sia una grande enfasi a favore dei matrimoni gay, in realtà in tutti i paesi d’Europa in cui è passata tale legge, le statistiche parlano di un flop: i gay non si sposano. Pretendono, chiedono ed esigono il matrimonio ma poi non lo usano. E’ come una finta. E la società ci casca, è pronta ad accogliere il vittimismo che viene rappresentato dalle associazioni GLBT per dimostrare che tutti i diritti sono sacrosanti.  C’è un traffico di diritti insaziabili. (…) In Italia davvero risulta qualcosa di incomprensibile. Se leggiamo bene questo fenomeno, “l’urgenza sociale” delle unioni civili, nel contesto europeo è evidente che storicamente il tema dell’omosessualità in varie aree culturali europee è stato affrontato differentemente. Per esempio nei paesi protestanti (luterani, calvinisti o anabattisti) la questione dell’omosessualità è stata perseguita in un certo modo, nei paesi anglicani con maggiore severità grazie al puritanesimo. Non dimentichiamo che fino a qualche decennio fa l’omosessualità in questi paesi era punita con il carcere. Ma non importa: oggi con dosi massicce di politicamente corretto si può correggere anche la storia. L’importante è che la gente creda, ci creda, che sia convinta che le idee di ciascuno possano essere valide al pari di chiunque altro. Il neoliberalismo insegna: lasciamo che la gente creda di pensare, al resto ci pensiamo noi. In altri termini: voi siete liberi di pensare, noi siamo liberi di gestire al meglio i vostri pensieri. Creazione, controllo, gestione? Non vi preoccupate, il servizio è all inclusive! Il mio amico Pierre Bourdieu aveva proposto a un convegno internazionale di studi sulle tendenze del capitalismo finanziario il titolo di una sessione: “Totalitarismo e diritti all inclusive”. Per poco non lo radiavano. Poi molti di noi non hanno partecipato a quel convegno (…).  

SULL'ANTICLERICALISMO E L'EUROPA
(…) Oggi in Europa diversi fanno finta di non sapere - nonostante le profonde riflessioni proposte da Bassam Tibi e da altri - che i diversi paesi europei hanno culture radicalmente differenti. Vi sono paesi con una cultura cattolica che non hanno mai perseguito penalmente l’omosessualità, nemmeno sotto il regime mussoliniano che principalmente esaltava il mito della mascolinità latina. Per il nazismo sappiamo che le cose sono andate differentemente ma lì si trattava, a mio avviso, di un certo neo paganesimo che si innestava su un terreno fortemente protestante, su un protestantesimo agrario e rurale ancora ancorato a modelli tardoromantici. Sicuramente ci sono differenti Europe, come ha sottolineato sommessamente e inutilmente Giorgio Agamben. Pertanto ci sono in Europa diverse posizioni verso l’omosessualità che si differenziano in base a tradizioni storiche, morali, etiche, culturali, giuridiche, sociali. Bisognerebbe oltretutto parlare innanzi tutto di sessualità e poi semmai di omosessualità, ma questo ci porterebbe lontano. In linea generale i paesi mediterranei sono stati tra i più tolleranti, anche se oggi alcuni di questi, come l’Italia, appaiono come i più retrogradi e i meno disposti a riconoscere socialmente le implicazioni dell’omosessualità come i matrimoni gay (…). Molti affermano che tutto dipende dal dato storico che in Italia c’è il Vaticano e che questo pare un ostacolo. Questo è innegabile, è un dato storico, ma non solo per l’Italia. Che il Vaticano sia un ostacolo risuona come un’affermazione ideologica, laicista, improntata a una tradizione anticlericale che ha un’antica storia e che oltretutto non corrisponde a una posizione dominante. Costoro confondono i termini: riportano il fenomeno religioso, comune a qualsiasi civiltà, a una questione istituzionale come la chiesa, cioè a una questione intesa in termini di potere, di organizzazione o di legame sociale. Costoro affermano che dove c’è organizzazione c’è potere. In effetti parlano di un certo modo di organizzazione che si è affermato nel ‘900 come organizzazione politica e in un contesto sociale di forte tensione che trovava un riferimento principale nel marxismo. La struttura della Chiesa è tutt’altra cosa, proviene semmai - come ha mostrato bene il giurista Pierre Legendre per esempio in L’amour du censeur del 1974 e anche in altri suoi testi come  Lo sfregio o come l’Occidente invisibile - da una vocazione imperiale che la romanità ha inventato, elaborato e inseguito nel corso di secoli. La romanità ha inventato il diritto, ha portato il diritto in tutta Europa. In questo senso il cristianesimo e il cattolicesimo sono stati portatori di civiltà. Si è trattato in entrambi i casi, in realtà con qualche differenza, di una straordinaria combinazione tra due assoluti: quello del diritto e quello della fede. I detrattori di questa vocazione, oggi l’anticlericalismo eretto a professione di fede, vorrebbero loro stessi raggiungere una vocazione imperiale. L’hanno chiamata egemonia, lotta per il monopolio, avanguardia storica, ecc. L’esito lo abbiamo visto nelle tragedie del ‘900 (…). Hanno voluto attuare una parodia dell’assoluto coniugandolo in modo totalitario. L’assoluto non può essere totalitario, anzi è agli antipodi. La lezione di Lévinas, penso a Totalità e infinito, è di straordinaria attualità (…).

"ANCORA UN MASSAGGIO" E IDEOLOGIA GENDER
(…) Vari dati sociali ed evidenze statistiche vengono poste sempre più sotto silenzio. L’Italia è negli ultimi posti europei rispetto ai fenomeni di discriminazione o di omofobia reali. L’omosessualità non è così diffusa come in altri paesi nordici. Eppure è ricorrente il riferimento alla relazione Kinsey risalente agli anni ‘50 - di cui è stata dimostrata l’infondatezza statistica - che stabiliva una percentuale di circa il 10% della popolazione con tendenze omosessuali. E’ un dato fasullo che tuttavia continua ad esser preso per vero da quelle associazioni e da quei movimenti LGBT che vengono interpellati da enti governativi per allestire campagne contro l’omofobia o corsi sulla sessualità nelle scuole. Il trucco è evidente, dato che sono proprio quelle stesse associazioni che poi vengono incaricate di aggiornare  (questo è il termine che usano) insegnanti, educatori, genitori e studenti sulla sessualità e sull’identità sessuale. Anche qui c’è qualcosa di assurdo: sono direttive che “vengono” dall’Europa, dall’Europa nordica che vive le sue tendenze perverse come tendenze liberatrici. Probabilmente non hanno mai saputo cosa ha rappresentato il ’68 in alcuni paesi mediterranei.  Oggi questi paesi nordici in nome del modernismo vogliono insegnare la tolleranza e il rispetto facendo sì che bambini e bambine si tocchino il corpo, gli organi genitali per conoscersi meglio. Oppure incitano i bambini a travestirsi con abiti dell’altro sesso. Il tutto in nome del rispetto per la differenza sessuale. Da equipe di psicologi, pedagogisti, pediatri sono stati allestiti moduli, corsi, esercizi, quiz, schede didattiche, cassette degli attrezzi (le chiamano così) per intervenire nelle scuole e insegnare la differenza sessuale secondo il gender. I documenti e le linee guida europee li trovate su Internet, sono numerosi, differenziati, pronti ad essere utilizzati da insegnanti di buona volontà.  A questo punto la realtà si rovescia nel suo contrario: la differenza sessuale in questo modo è umiliata, è praticata come perversione, è resa funzionale alla più grezza sessuologia. Ancor di più: è desimbolizzata da qualsiasi contesto antropologico e proposta lungo una profilassi immaginaria in cui tutto è permesso. Dal corpo occorre spremere tutto il godimento possibile, nulla deve essere sprecato. Il godimento diventa un obbligo. Il modello gender vuole in definitiva produrre nuovi soggetti consumatori di ipersessualità. Per far ciò deve dividere, frammentare e tenere distinti l’amore, l’erotismo e la sessualità. Questo lo ha esposto molto bene Bauman nel suo libro Gli usi postmoderni del sesso.
E di sicuro, ancor prima McLuhan che addirittura prima del ’68 ha avuto l’audacia di scrivere un libretto (a tutt’oggi sconosciuto) con un titolo provocatorio: Il medium è il massaggio. La sua tesi era che il nuovo contesto dell’informazione di massa sollecita il corpo, lo massaggia, lo divora, procura piacere e al contempo sottomissione e controllo. Era l’epoca della liberazione sessuale. Oggi potremmo dire che era l’epoca in cui incominciava la biopolitica, ovvero un sistema di dominio che partiva dalla gestione del corpo, del piacere e della sessualità. Del resto anche Foucault in quegli anni a Parigi lavorava su questi stessi temi. In sintesi: mai come oggi constatiamo che il medium è davvero il massaggio. E infatti siamo soliti dire: “ti messaggio” quell’idea, quella cosa…(ride). Non solo: il “massaggio” indica anche come il soggetto contemporaneo sia convinto che occorre e ci debba essere un Altro a occuparsi di lui. E’ una delega assoluta. Una simbiosi tra bambino e madre, il cui scambio erotico passa con i massaggi che si fanno e si ricambiano per profondersi uno nell’altro (…). Su un altro versante, filosoficamente, si potrebbe dire che l’Aufhebung hegeliana è stata sostituita dal massaggio, dalla possibilità di poter superare e oggettivare qualsiasi alterità attraverso la mediazione del massaggio, ossia del piacere procurato all’altro. Si scambiano piaceri, alla lettera. Se ci scambiamo massaggi il conflitto è allontanato, estinto. Possiamo sempre metterci d’accordo tra un massaggio e l’altro.  Di verità non parliamone neppure. La verità, ammesso che possa esistere, è già morta e sepolta (…). Altro che “villaggio globale”. Oggi si dovrebbe parlare di “massaggio globale”. Secondo diversi studiosi, per esempio Christian Laval o Andrew Ross, è questa la più alta ambizione della società neoliberale. In definitiva produrre individui molto “rilassati”, ben anestetizzati, ben disposti ad essere manipolati appunto…(…). In quanto a massaggi meglio abbondare… si diventa creativi, quindi si produce, si consuma, si scambia.  Il divino marchese De Sade nell’ultima pagina della sua Philosophie dans le boudoir oggi urlerebbe: “Francesi, ancora un massaggio e la repubblica del godimento trionferà…”. 

GENDER E MONOPOLIO SULLA SESSUALITA'
(…) Alcuni enti governativi e finanziari di area angloamericana, a partire dagli anni 90 - precisamente con la Conferenza di Pechino del ‘95 a cui il nostro istituto ha mosso diverse obiezioni e con la Conferenza del Cairo dell’anno precedente - hanno voluto imporre su scala internazionale il termine gender che ha introdotto una particolare visione politica sulla sessualità, sull’identità sessuale e sul corpo. Le implicazioni del termine gender, che si estendono su ampia scala verso il sociale e i nodi fondanti, antropologici, del funzionamento giuridico e culturale della società, non sono molto intesi dalla cultura italiana, spesso poco sensibile agli scenari antropologici.  Nemmeno altri paesi, a dire il vero, hanno colto subito di che cosa si trattava. (…) Sul ruolo e la funzione dell’ideologia gender, come viene chiamata, ci sarebbe molto da approfondire. Di sicuro, per riprendere il tema di prima, la questione gender e i matrimoni gay risultano in Italia immediatamente argomenti ideologici. Un nostro collaboratore, docente all’Università Ca Foscari, ci diceva che la questione è talmente deteriorata che ormai, grazie a varie manipolazioni dell’informazione, l’opinione pubblica italiana pensa che il matrimonio gay sia di sinistra e il matrimonio tradizionale sia di destra. La situazione italiana è molto particolare. Quel nostro collaboratore ci diceva che se qualcuno afferma un’idea un po’ diversa rispetto ai diritti dei gay viene subito etichettato come cattolico tradizionalista, omofobo, razzista. E’ curioso: come se questa definizione ponesse il soggetto fuori dall’ideologia: sei cattolico quindi non sei né di destra né di sinistra. Sei squalificato, sei fuori dai giochi. Se sei credente non puoi avere un pensiero tuo, sei già manipolato fin dall’inizio. Insomma non puoi rientrare nel nostro programma di massaggio. Sei una causa persa per il nostro profitto… Tutto ciò la dice lunga sugli effetti di cecità e di chiusura culturale, che diventa ben presto chiusura antropologica, provocati da un atteggiamento laicista dominante in un paese che vorrebbe essere invece all’avanguardia nella difesa delle minoranze. Assistiamo a un’incredibile coincidenza degli opposti: proprio perché combatti la discriminazione devi discriminare chi non la pensa come te. Favoloso. Tutti i meccanismi totalitari sono partiti da questo assunto, in nome della libertà ovviamente.

CHI SEI TU PER NON ESSERE GIUDICATO? 
(…) La vicenda di papa Franceso che dichiara “chi sono io per giudicare?” è davvero curiosa: tutti i giornali con grandi titoli affermano che il nuovo papa “apre ai gay”. Trascuriamo la censura dei media di altre cose che Francesco ha detto a proposito delle lobby gay; come si fa a manipolare una frase fino a questo punto? C’è una distorsione mentale perché è come se prima di questa frase il papato e la Chiesa esprimessero odio e intolleranza verso gli omosessuali: ma è un falso storico, non è vero. Quando mai? E’ come se qualcuno affermasse che il concetto stesso di peccato costituisse un atto discriminatorio! Tra l’altro vi sono biblioteche intere di teologia e di  filosofia intorno alla complessa questione della dialettica tra libertà e peccato.  Troviamo in questa manipolazione un problema che abbiamo studiato da sempre - tema centrale nella scuola di Francoforte - ossia la connessione, senza dubbio ardua e densa, tra l’individuo, il soggetto, e dall’altra parte la società, la comunità. Habermas o sociologi come Honneth hanno lavorato su queste problematiche da anni. Nel silenzio quasi totale di parecchi intellettuali che si definiscono “progressisti”. Adorno è stato silenziato ben presto e con lui molti altri giudicati politicamente scorretti, ossia non allineati all’ideologia 
E’ chiaro che per noi questa problematica riguarda il cuore dell’antropologia cioè lo snodo tra le scelte soggettive e quelle che si impongono a livello sociale attraverso procedure giuridiche e istituzionali. Oggi assistiamo al prevalere della procedura istituzionale su quella del soggetto singolo. O meglio il singolo, la sua singolarità come potenzialità che può crescere o spegnersi, si trova soggiogato da un sistema di informazione che falsifica e distorce la realtà. Deleuze in Milleplateaux ha articolato in modo originale la logica del senso che lega la soggettività al dominio. L’individuo di fatto è circondato da un sistema di informazione e di offerta culturale - nel senso di infotaiment molto usato dagli americani - che trasforma la realtà in un’altra cosa. Tutto ciò funziona come grande macchina di consenso, come intrattenimento (entertainment) che ha lo scopo di non  permetterti di pensare – cosa essenziale - ma ti massaggia, come accennavo prima. Ti massaggia e promette sempre nuovi ed eccitanti massaggi. E’ un circolo ipnotico che produce ipnosi di massa. La questione gender, il matrimonio gay, le adozioni sono solo alcuni termini di questa ricerca di consenso. Ma le mutazioni antropologiche non avvengono a caso. Sono sempre mutazioni in cui da qualche parte c’è un profitto, un’impronta economica e tanti tornaconti istituzionali, di potere, di potentati finanziari. Sono mutazioni che implicano importanti mutilazioni, simboliche beninteso, ma forse non solo. Ci sono intere popolazioni che vengono mutilate del concetto di nazione, di identità, e via dicendo (…).

SUI FIGLI DEI MATRIMONI GAY
(…) In ambiente anglo americano, e ormai un po’ dovunque, sono uscite numerose ricerche in merito al benessere dei figli nati e cresciuti in famiglie gay. Per un bambino avere due genitori dello stesso sesso è quasi meglio, affermano costoro. Nei loro report scrivono che “non ci sono prove che dimostrano effetti negativi su tali bambini…”. Non si accorgono nemmeno, per accennare al livello di pseudo scientificità di tali ricerche, che nelle procedure statistiche il concetto di “falso positivo” (non ci sono prove per affermare che…) non corrisponde affatto a una risposta positiva.  Ma per i media tutto va bene. Ogni affermazione è strutturata come un bluff. Ogni affermazione ha valore in base alla suggestione che produce. Come diceva Bauman, l’opinione pubblica nel vortice mediatico non ha neanche il tempo di verificare se un’affermazione è fondata che arriva subito un’altra informazione. Di bluff in bluff. E’ come una bolla speculativa insinuata nella credenza degli individui. Questo lo aveva già rivelato Benjamin nel suo celebre Capitalismo divino. Oggi ciò a cui gli individui dichiarano di pensare diventa un capitale indispensabile, fondamentale. Ha lo stesso valore che negli anni ‘60 e ‘70 aveva lo spionaggio industriale… E inversamente: far credere a un vasto pubblico una certa cosa ha effetti incredibili, effetti concreti, materiali, economici incalcolabili. Far credere che il matrimonio tra due gay è uguale a quello tra un uomo e una donna, in prospettiva, ha un valore notevole, produce un plus valore incalcolabile. Infatti con questa idea possiamo smantellare il matrimonio tradizionale, togliere man mano – in nome della libertà – tutte le tutele giuridiche e culturali che da secoli sono state poste a proteggere l’istituto della famiglia. Significa anche abolire un istituto che di fatto attua una mediazione tra lo Stato e l’individuo. Smantellare la famiglia significa che lo Stato avrà una gestione e un controllo diretto sull’individuo, dall’educazione alla vecchiaia. E’ un progetto biopolitico: occuparsi dell’essere umano dalla nascita alla morte, ossia da una procedura eugenetica a una modalità di eutanasia. Si tratta di qualcosa di simile a uno spossessamento, alla rinuncia di una sovranità. L’educazione gender nelle scuole di vario ordine e grado - ricordiamo che si tratta di “educazione” imposta dallo Stato - è l’esempio più concreto di questo progetto totalizzante. Ma è curioso che questo sia sostenuto in Italia dalla sinistra, in nome della lotta contro la discriminazione, in nome dei diritti umani, in nome di un generico progressismo che camuffa realtà economiche e finanziarie ben poco trasparenti.